La pubblicità si sa, pur con il nobile obiettivo di comunicare a chi non lo sapesse già, è la forma espressiva più becera e autocelebrativa che abbiamo concepito in tutta la nostra storia creativa e che avendola fra le mani, putroppo ancora oggi dopo 60 anni dal boom delle informazioni, crediamo a tutto quello che ci dice, come bambini troppo piccoli per intendere o volere.
Ai tempi si vedevano i sorridenti soldati in uniforme nella situazione "mummy, daddy is back!" e le mogli pinup perfette casalinghe e vogliose di tutti gli uomini del quartiere. Li ritrovavi uguali con lo stesso sorriso stampato su una decapottabile e ancora a bere la Coca Cola. Ed ecco che pian piano il cosiddetto sistema, quella mano invisibile, quel velo del male, entrava fino al centro della nostra anima e ci risucchiava via qualunque sogno o motivo di esistere. Rimpiazzava la nostra naturale ricerca del senso di vita con i finti desideri per il raggiungimento di chissà quale vita perfetta.
Nascono così, negli anni del dopo guerra, questi scaltri venditori di aspirapolveri Ogilvy, J.W. Thomphson, Young & Rubiam, TBWA, Saatchi&Saatchi,.... tutti con le loro storie da eroi, sorti dalla povertà diventando gli imperatori dell'immagine persuasiva inventando fino nei minimi dettagli i comportamenti della nuova vita americana.
Quel sogno americano che sembrava fosse la soluzione per tutti smascherata subito dall'arte nei teatri di Miller o Artaud (caso estremo). E che palle che certi magnanimi assetati di ambizione cercano ancora di convincerci cosa sia giusto o cosa più bello.
Chiamano "un lavoro del giardiniere" la posizione del Stragetig Planner. La sua mansione è poeticamente descritta come scolpire il messaggio, reinventare l'immagine, renderlo presentabile e appetitoso, dare un motivo d'esistenza all'oggetto.
Ma l'altra parte della medaglia mostra invece il suo lato da furbo mentitore, un raccontatore di stronzate a cui neanche lui può credere, ma tanto lo pagano per farlo e quindi va bene. Poi dopo ci sono i vari scimmiotti della catena, ognuno attaccato come una sanguisuga all'etichetta della sua mansione. E ti vesti pure di conseguenza.
Ogni cosa è già stata fatta. L'eterno ritorno dell'uguale modificato in superficie per apparire nuovo. La pubblicità è maestra in questo. E' un ladro che ruba senza rimorso l'arte da chi ha sofferto (la sofferenza eterna dell'artista è ben nota, e ha ragione ad esserlo) e la rivomita in faccia a tutti noi con l'arroganza di chi sta al potere perchè sa giocare le pedine dell'arroganza e della corruzione.
Non riesco a pensare a un lavoro più moralmente sbagliato, ipocrita, alienante.
Ma andiamo a un esempio concreto, attualmente in voga su tutte le piattaforme mediatiche. Avrete visto Uma Thurman con il rossetto e la Alfa Romeo nuova "Giulietta". Il pay off dice:
"Sono Giulietta, e sono fatta della stessa materia di cui sono fatti i sogni."
Ora, andiamo a vedere il monologo di Prospero da cui l'hanno presa, nell'atto IV scena 1:
You do look, my son, in a moved sort,
As if you were dismay'd: be cheerful, sir.
Our revels now are ended. These our actors,
As I foretold you, were all spirits and
Are melted into air, into thin air:
And, like the baseless fabric of this vision,
The cloud-capp'd towers, the gorgeous palaces,
The solemn temples, the great globe itself,
Ye all which it inherit, shall dissolve
And, like this insubstantial pageant faded,
Leave not a rack behind. We are such stuff
As dreams are made on, and our little life
Is rounded with a sleep. Sir, I am vex'd;
Bear with my weakness; my, brain is troubled:
Be not disturb'd with my infirmity:
If you be pleased, retire into my cell
And there repose: a turn or two I'll walk,
To still my beating mind.
Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni. Il vasto globo e quello che contiene si dissolverà. Il messaggio è chiaro. Tutto quello che ci appare solido, prima o poi svanisce. Un viaggio che è stato piacevole, piena di emozioni arriverà ad una stazione di destinazione, e poi più nulla. Non permane nulla.
E' già davvero ridicolo che abbiano abbinato una frase di un contesto shakespeariano ad un altro rompendo così qualunque coerenza possibile, ma che si cerca di cavarsela con la bella faccia su una frase che in fondo significa tutt'altro che sicurezza, potenza, tecnologia, eleganza... è triste.
E Giulietta: uno dei personaggi femminili più tosti del teatro, che per amore si pianta un coltello in pancia. Davvero, non è fatta della stessa materia dei sogni. Assolutamente no. Giulietta è concreta e incarna tutte le più autentiche emozioni che proviamo quando siamo innamorati, incazzati, speranzosi.
Ma la pubblicità è capace di costruire nuovamente finti strati su finte superfici e noi ci caschiamo come i prigionieri sull'isola di Prospero.
E come mi hanno fatto notare, se invece per il prossimo elettrodomestico, telefonino o automobile usassero un piacevole verso di DeAndre? Qualcuno si arrabbierebbe?
Un po' di tempo fa, la rabbia verso questi modi sottili di schiavismo hanno prodotto fazioni estreme come la Baader Meinhof o le BR che avevano addirittura dichiarato guerra armata. Qualche ex esponente nazista ci era pure rimasto secco.
Concludo qui e rispondo con questo:
"Chi c'è qui così vile da voler essere uno schiavo? Se c'è, parli; perché lui io ho offeso."





















